lunedì 10 luglio 2017

La lotta alle mafie e al pensiero mafioso pare ancora "(al)L' ETÀ DELLA PIETRA"

Spesso don Luigi Ciotti raccomanda la necessità di essere "eretici: "Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso,  è colui che più della verità ama la ricerca della verità...". 
Ebbene , se dobbiamo ricercare la verità nelle vicende legati all'azione di mafie e mafiosi, l'articolo di Marco Travaglio "L'età della pietra" ereticamente ci ricorda quanto siano ancora saldo, come sempre è stato, il canale di comunicazione Stato-mafie. Del resto, sin dall'origine del fenomeno mafioso, a fondamento stesso del successo di quel "sistema", vi è proprio il legame stretto, a doppio senso, fra Stato e mafie. Legame stretto che ri-emerge, ad esempio, nella disparità di comportamento dello Stato a seconda che quest'ultimo si debba confrontare col potente di turno, pure condannato per reati infamanti ( Contrada, Dell'Utri e compagnia...), o col "povero cristo" sorpreso a rubare un pezzo di formaggio in un supermercato di Mondello (iI "povero cristo" s’è beccato 16 mesi di galera senza la condizionale: cioè finirà in galera.) 
Il tutto, sottolinea Travaglio,  avviene all’indomani del 25° anniversario dell’assassinio di Falcone e a pochi giorni da quello di via d’Amelio, costata la vita a Borsellino e ai suoi angeli custodi. 
Ereticamente, la lotta a mafie e mala politica ci pare davvero essere ancora "all'età della pietra".E noi, ereticamente, ci uniamo alla richieta di Travaglio: Si spera almeno che chi plaude o tace su questo schifo, il 19 luglio ci risparmi le solite corone di fiori in via d’Amelio. E abbia il coraggio di fare sulle tombe di Borsellino e Falcone ciò che fa di nascosto da 25 anni: sputarci sopra".

Fonte
"L' ETÀ DELLA PIETRA" di Marco Travaglio 
dal FQ del 9 luglio 2017

Appena il boss stragista Giuseppe Graviano, intercettato nell’ora d’aria, ha dato segni d’insofferenza e lanciato propositi di vendetta per le promesse non mantenute dai tanti che trattarono con Cosa Nostra per conto dello Stato e anche per conto proprio in attesa di farsi essi stessi Stato fra il 1992 e il ’94, nel biennio delle stragi, lo Stato non ha perso tempo e ha subito risposto. Con una sequenza di atti tutti formalmente legittimi, ma tutti impensabili fino a qualche mese fa.
1) La Cassazione ha respinto il diniego del Tribunale di sorveglianza di Bologna alla scarcerazione di Totò Riina, detenuto da 24 anni al 41-bis per scontare 15 ergastoli, invocando il suo diritto a una “morte dignitosa” nel letto di casa sua, come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
2) Forza Italia ha chiesto formalmente agli amici del Pd di ammorbidire il nuovo Codice antimafia che allarga le maglie dei sequestri dei beni a chi risponde “soltanto” di corruzione o concussione, delitti sempre più difficili da distinguere da quelli delle nuove mafie.
3) Marcello Dell’Utri ha chiesto di tornare a casa anche lui per fantomatici motivi di salute, anche se dei 7 anni inflittigli per concorso esterno in associazione mafiosa ne ha scontati solo 3.
4) Lo stesso Dell’Utri ha ottenuto il permesso di farsi intervistare su La7 in una saletta del carcere, caso più unico che raro per un condannato detenuto per mafia e mai pentito, per definirsi “prigioniero politico” e benedire il governo Renzusconi prossimo venturo, mentre l’intrepido intervistatore lo chiamava “senatore”.
5) La Cassazione ha annullato le conseguenze della condanna definitiva di Bruno Contrada a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in un “incidente di esecuzione” che non entra nel merito del verdetto e discute la colpevolezza, ma rende “ineseguibile e improduttiva di ogni effetto” la sua stessa pronuncia.
E così si associa a quanto stabilito nel 2015 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ritiene di fatto inesistente il reato di concorso esterno prima del 1994, perché fino ad allora (quando la Cassazione si pronunciò a sezioni unite) la giurisprudenza oscillava e gli uomini dello Stato non sapevano che vendersi alla mafia era reato.
Il Contrada che oggi politici, tg e giornaloni ignoranti, smemorati o in malafede dipingono come un povero martire innocente e perseguitato per un quarto di secolo dagli aguzzini in toga è l’uomo che una quarantina di giudici di funzioni e sedi diverse fino alla Cassazione, han giudicato colpevole di aver fatto per anni il trait d’union fra Stato e mafia.
Non solo per le accuse di una ventina di pentiti (le prime furono di Gaspare Mutolo davanti a Borsellino, assassinato due settimane dopo), ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni. Vari giudici raccontarono la diffidenza di Falcone e Borsellino nei confronti di “’u Dutturi”: Del Ponte, Caponnetto, Almerighi, Vito D’Ambrosio, Ayala, oltre a Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui vi colludeva). Tutti a ripetere che Contrada passava informazioni a Cosa Nostra e incontrava boss come Rosario Riccobono e Calogero Musso. Nelle sentenze a suo carico si legge che Contrada concesse la patente ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco; agevolò la latitanza di Totò Riina e la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; ebbe rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; spifferò segreti d’indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati nel bilancio di Cosa Nostra a Natale del 1981 per acquistare un’auto a una sua intima amica). Decisivo fu il caso di Oliviero Tognoli, l’imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclatore della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano con Falcone, Tognoli ammise che a farlo fuggire dall’Italia era stato Contrada. Ma poi, terrorizzato da quel nome, rifiutò di verbalizzare e in seguito ritrattò. Quattro mesi dopo Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte all’Addaura.
Ora quest’uomo verrà risarcito dallo Stato con soldi nostri per i 10 anni trascorsi in carcere, riavrà a spese nostre la pensione di dirigente della Polizia che gli era stata revocata, oltre al diritto all’elettorato attivo e passivo (potrà votare e anche essere eletto). 
Ma non solo: tutti i condannati per concorso esterno, da Dell’Utri in giù, chiederanno lo stesso trattamento, cioè di salvarsi dalle conseguenze di sentenze anche definitive e tornare alla vita normale, magari anche in Parlamento, da sicuri colpevoli del gravissimo reato che hanno inoppugnabilmente commesso. Se qualcuno avesse ancora bisogno di prove sulla trattativa Stato-mafia avviata 25 anni da alcuni carabinieri del Ros e tuttoggi in pieno corso, è servito. Bisogna proprio avere l’anello al naso per non notare la repentina, vomitevole regressione all’età della pietra dell’antimafia, quando Cosa Nostra ufficialmente non esisteva o era solo un’accozzaglia di rozzi e incolti professionisti della violenza senza complici nelle istituzioni, nella politica, nella finanza, nell’imprenditoria, nelle professioni, nella Chiesa: i“concorrenti esterni” che le hanno garantito due secoli di vita e potere, come a nessun’altra organizzazione criminale al mondo. Il tutto avviene all’indomani del 25° anniversario dell’assassinio di Falcone e a pochi giorni da quello di via d’Amelio, costata la vita a Borsellino e ai suoi angeli custodi. Ora, con buona pace della Corte di Strasburgo che la mafia non l’ha mai vista neppure in cartolina, e della nostra Cassazione che invece dovrebbe saperne qualcosa, il reato di concorso esterno non è un’invenzione: è sempre esistito, come il concorso in omicidio, in rapina, in truffa, in corruzione ecc. Nel 1875, quando la Sicilia aveva una Cassazione tutta sua e la mafia si chiamava brigantaggio, già venivano condannati i suoi concorrenti esterni agrigentini per “complicità in associazione di malfattori”. Nel 1982 la legge Rognoni-La Torre creò finalmente il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis del Codice penale) e subito dopo, nel 1987, il pool di Falcone e Borsellino contestò il concorso esterno in associazione mafiosa ai colletti bianchi di Cosa Nostra nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso-ter. 
Poi bastò che finissero nei guai alcuni potenti, tipo Contrada (condannato), Carnevale (condannato in appello e assolto dai colleghi della Cassazione), Dell’Utri (condannato), Cosentino (condannato in primo grado) e compagnia bella, perchè i loro concorrenti esterni nel Palazzo e nei giornali strillassero al reato inesistente, confuso, fumoso. Idiozie che fortunatamente quasi mai trovavano cittadinanza nei tribunali, nelle corti d’appello e in Cassazione. Invece ora, all’improvviso, con le minacce di Graviano dal carcere e le larghe intese dietro l’angolo, si può dire e fare tutto. Anche mettere nero su bianco che uno stragista con 15 ergastoli sul groppone non deve morire in carcere, ma a casa sua. Anche sostenere, restando seri, che un superpoliziotto, già capo della Mobile e della Criminalpol a Palermo e poi numero 3 del Sisde, non sapeva che incontrare e favorire i boss, farli fuggire, avvertirli dei blitz dei colleghi (tutti ammazzati), restituirgli il porto d’armi, fosse reato: lo scoprì solo quando glielo disse la Cassazione a sezioni unite in un altro processo. E allora si battè una mano sulla fronte: “Cazzo, a saperlo per tempo non avrei lavorato tanti anni per la mafia prendendo lo stipendio dallo Stato! Ma non potevate dirmelo prima?”.
Questa vergogna senza eguali viene contrabbandata per “garantismo”, mentre scava un fossato ormai incolmabile fra diritto e giustizia, fra regola e prassi, fra imputati di serie A e di serie B, fra potenti e poveracci, fra ricchi e poveri. A furia di depenalizzare reati gravissimi, agevolare prescrizioni, allargare immunità, regalare franchigie ai soliti noti, è sempre più difficile accettare le sentenze di una giustizia forte coi deboli e debole coi forti.
Il mese scorso un tizio di Palermo che aveva rubato un pezzo di formaggio in un supermercato di Mondello s’è beccato 16 mesi di galera senza la condizionale: cioè finirà in galera. E quelli che per anni (entro e non oltre il 1994) hanno venduto lo Stato alla mafia la faranno franca l’uno dopo l’altro.
Si spera almeno che chi plaude o tace su questo schifo, il 19 luglio ci risparmi le solite corone di fiori in via d’Amelio. E abbia il coraggio di fare sulle tombe di Borsellino e Falcone ciò che fa di nascosto da 25 anni: sputarci sopra.

venerdì 23 giugno 2017

La Direzione Investigativa Antimafia accusa la politica: una certa classe dirigente è prona e collusa


Durissima relazione della DIA contro mafie e "pensiero mafioso". Quanto è stato presentato nella giornata di ieri dal procuratore nazionale F. Roberti e dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi è un vero e propio atto di accusa ad "una certa classe dirigente è prona e collusa (alle mafie e al pensiero mafioso, aggiungiamo noi.) Pensiero mafioso che spesso vediamo governare azioni di personagi che non possiamo definire mafiosi.
Un passaggio della relazione richiama alla mente quanto scriveva Enrico Berlinguer nella sua celebre denuncia conto il degrado etico e morale della politica partitica italiana: "(...) I partiti di oggi sono soprattutto macchine
di potere e di clientela; scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss
"
Ieri, 22 giugno 2017, la Direzione Investigativa Antimafia sembra replicare quasi testualmente quei concetti: "Ampie sacche dell'amministrazione hanno abdicato al loro ruolo permettendo la realizzazione di opere pubbliche per interesse personale e non perché utili alla collettività. Una classe dirigente che ha abdicato al proprio ruolo. Non solo non hanno una propria idealità politica, una propria visione della società (che, peraltro, ove sentita in modo coerente, qualunque essa sia, sarebbe già di per sé il migliore antidoto alle collusioni e alle corruzioni) ma non hanno, neppure, una propria idea o strategia sul come investire il denaro pubblico sul territorio al fine di modificare in meglio vita stessa dei cittadini.
Il politico locale, non di rado, è un mero gestore di un potere autoreferenziale. E, conseguentemente, si determina ad investire le risorse pubbliche, non sulla base dell’interesse generale, ma sulla base del suo unico parametro, del suo unico interesse: la valutazione di quanto, quell’opera o servizio consente l’autoconservazione di quel potere...E così l’individuazione esatta dell’opera o del servizio che dovrà essere finanziato e poi messo a gara, avviene sulla base delle circostanze più diverse. Ma non in base al criterio del pubblico interesse(...)
Un'analisi durissima, a cui segue la descrizione di una figura fondamentale alla conservazione del potere mafioso: il facilitatore, colui, cioè, che mette in contatto il mafioso con l'entità politica. Noi aggiungiamo che "facilitatore" è anche colui che mette in contato "il pensiero mafioso" ( pensiero che può appartenere anche a coloro che non possono essere definiti propriamente mafiosi)  con la politica.
Invitiamo quindi a leggere attentamente l'articolo di Giovanni Tizian ( qui il testo) certi che ciascuno di noi vi troverà facilmente esempi e situazioni che dimostrano quanto mafie e "pensiero mafioso" siano mali che riguardano l'intera società italiana, anche le nostre comunità.
Di seguito riportiamo lo specchietto sintetico proposta nell'articolo La Repubblica, Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia, 'Ndrangheta. Articolo nel cui incipit è contenuta 'incipit il quale esordisce con una avvilente constatazione: "Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici"


fonte: La Repubblica
Ndrangheta, presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica, e dell'economia
Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace. 


MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE

Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.
"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".



MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI

"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.
"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".
"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.


NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".
L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.
'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".



MINACCIA EVERSIVA

In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.


DEMOCRAZIA SCIPPATA

È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo
è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.

martedì 30 maggio 2017

Un vecchio capomafia: "Il mondo si divide in due: ciò che è gia Calabria e ciò che lo diventerà".

Avevamo dato notizia del blog "Mafie" di Attilio Bolzoni. Invitiamo coloro che sono interessati a comprendere le dinamiche del potere mafioso ( e del "pensiero mafioso") a seguire quel blog perchè ci pare offra un contributo utile per comprendere cosa sono (diventate) oggi le mafie. Sia pure per scoprire che le mafie sono forse sempre le stesse: organizzazioni criminali divenute da tempo "fornitrici di servizi" con una eccezionale capacità di interpretare e piegare a loro vantaggio occasioni e situazioni di guadagno e di potere: dalla guardiani dei latifondi siciliani, all'edilizia e alla droga; dalle "grandi opere" dei decenni passati nel Sud italia ("dal Sacco di Palermo", al porto di Gioia Tauro; la costruzione della Salerno-ReggioCalabria, ecc...) agli appalti pubblici; dal traffico degli esseri umani alla gestione del potere politico e amministrativo di  territori con propri "rappresentanti", "zona grigia", "colletti bianchi" e, lo ripetiamo, "pensiero mafioso" ( ottenere quello che non ci meritiamo). 

Francesco Forgione nell'articolo presentato da Bolzoni ad inaugurarne una serie dedicata alle mafie al Nord, racconta: "(...) Un vecchio capomafia trapiantato in Lombardia spiegava poco tempo fa a un giovane affiliato: «Devi sapere che il mondo si divide in due: ciò che è gia Calabria e ciò che lo diventerà (...)». 

Gian Carlo Caselli nell'arringa al processo "Minotauro" , il processo che fa scoprire le mafie in Piemonte, parlando delle "relazioni esterne " di cui si nutre il potere mafioso, citando noi e circostanze, parla di silenzio e opportunismo da parte dei politici piemontesi "(...) ci sono tante persone che traggono vantaggio dall’esistenza della mafia, persone che non hanno nessun interesse a denunciarla. Persone, politici e amministratori, che la legge penale non può punire perché la loro colpa è l’opportunismo (...)”. ( puoi leggere qui)

L'infezione che minaccia l'Italia

di G. BALDESSARRO e A. BOLZONI
Senza sparare un colpo si stanno prendendo l'Italia più ricca. Comprano e corrompono, arrivano dappertutto. Si offrono alle imprese, alle banche, alle amministrazioni pubbliche, al mondo delle professioni. Non portano la coppola come tanto tempo fa ma non si presentano neanche come manager della finanza, non sono colletti bianchi e non sono colletti neri, sono sempre e soltanto loro: mafiosi. E' la solita razza che divora tutto.
La crisi economica ha spalancato loro le porte, ma non è solo quella che li ha resi attraenti: nel profondo Nord c'è anche tanta voglia di mafia. 
Trasferiscono fiumi di denaro e in cambio si impossessano di pezzi di mercato. Non è più solo droga e non è più solo movimento terra. Ci sono le slot machine, c'è il pizzo, ci sono i "servizi",  i trasporti, gli appalti, ci sono i piani regolatori, c'è l'industria alberghiera, c'è la grande distribuzione. Fanno affari con tutti. In ogni regione, nelle grandi città e soprattutto nei piccoli comuni, con amministratori di destra e di sinistra, hanno i loro sindaci e hanno i loro "consigliori", tutti indigeni, tutta brava gente che - al contrario di siciliani e calabresi e campani - si è sempre vantata di avere quegli "anticorpi" per resistere all'infezione.
C'è molto più 'Ndrangheta di Cosa Nostra, che ormai - disarticolata nella sua struttura militare - privilegia attività legali protette da amici in alte sfere. C'è anche un bel po' di camorra. E' un partito criminale che, anno dopo anno, si è rafforzato e si è esteso senza incontrare resistenza. Più che infiltrati dobbiamo considerarli ospiti,. E quasi mai "indesiderati".
Fra i loro soci ci sono le vittime ma anche tanti complici. Per molto tempo lassù (al Nord) hanno fatto finta di niente. Ministri dell'Interno e presidenti di regione, magistrati, prefetti, questori, comandanti in capo dei corpi di polizia. Tutti sempre pronti a negare che c'erano e che soprattutto contavano qualcosa.
In questo blog dedichiamo una riflessione generale - con una cinquantina di articoli - al Nord contagiato, avvelenato. (...) Apriamo il dibattito con uno scritto di Francesco Forgione, l'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che, quando era a Palazzo San Macuto, ha dedicato un capitolo robusto della sua relazione finale alla penetrazione delle organizzzioni criminali nelle regioni del Nord. Poi partiamo subito dalla mafia che viaggia sulla via Emilia. 
Qui l'articolo di Francesco Forgione: "Quelli che si sentono sempre diffamati


lunedì 22 maggio 2017

Capaci. 23 maggio 1992. Anche a Pinerolo faremo memoria della Strage di Capaci

Domani 23 maggio 2017 sarà il XXV anniversario della Strage di Capaci nella quale furono uccisi il giudice Giovanni falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani


Invitiamo a riflettere su quell'avvenimento che, insieme alla Strage di Via D'amelio,  segnò il culmine di una stagione di sangue nella quale, per mezzo dei mafiosi, si compie un drammatico disegno di "conservazione" nel nostro Paese. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi "solo" dai mafiosi; Falcone e Borsellino sono uccisi da "mentiraffinatissime" alle quali ancora oggi non è stato dato volto. Uccisi perchè l'Italia continuasse ad essere un Paese "mediovale": un Paese in cui mafie, cricche, caste e cosche continuano a dominare. 
Diversi momenti anche a Pinerolo celebreranno la Memoria di coloro che hanno vissuto impegandosi a costo della vita affinchè questo Paese, facendo memoria delle parole di paolo Borsellino, potesse invece essere "una terra bellissima", non più disgraziata. 

23  maggio 2017 in Piazza Facta, a partire dalle ore 9.00  alle ore 12.30 e dalle 14.30 alle 16.00:  “Presidio della Legalità” della Scuola Elementare "C. Battisti" . Le classi della scuola "C. Battisti" sfileranno al presidio per portare il loro contributi in letture e messaggi. Nella Piazza verranno posizionati cartelloni e lavori prodotti dagli alunni e già visibili nella mostra allestita da qualche giorno nei locali della scuola "C. Battisti". Un presidio per fare memoria della strage mafiosa di Capaci anche attraverso la "maratona di lettura" del libro "Per questo mi chiamo Giovanni". 

23 Maggio 2017, ore 11.00 presso la Scuola media "G. Puccini ( Abbadia Alpina):  la scuola "G. Puccini" e le classi quinte della Scuola Elemntare "V. Lauro" ricorderanno le vittime della Strage di Capaci riunendosi intorno all’Albero di Falcone: il giovane ulivo piantumato nel maggio dello scorso anno ed entrato nel censimento nazionale degli alberi AMICI di FALCONE.
Si ricorderà Giovanni Falcone attraverso le parole del suo fraterno amico Paolo, della sorella Maria e con la lettura di brani tratti dal libro “Per questo mi chiamo Giovanni”.Pensieri e riflessioni degli studenti saranno letti e appesi nell’albero di FALCONE…un cartellone che diventerà il loro Manifesto della Legalità. Infine, verrà posta una targa commemorativa ai piedi dell'Albero di Falcone che conterrà la frase del giudice: “GLI UOMINI PASSANO LE IDEE RESTANO”.

23 Maggio 2017, ore 11.00  il Liceo "Porporato" ricorda la Strage di Capaci con la piantumazione di un arbusto in memoria della Strage ed una riflessione degli studenti sulla figura di Giovanni Falcone

23 Maggio 2017 in Piazza Facta a partire dalle ore 20.30 il presidio LIBERA "Rita Atria" Pinerolo proseguirà "il presidio della Memoria"  invitando  ad un momento di riflessione le cittadine e i cittadini pinerolesi, le associazioni e i gruppi che si riconoscono nei valori espressi dalla vita di quei "fedeli servitori dello Stato" 

domenica 21 maggio 2017

Giovanni Falcone nelle parole di Angelo Corbo, agente della sua scorta a Capaci

Giovanni Falcone:"Gli uomini passano , le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."
Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, ripresi in una fotografia di Giovanni Paparcuri che del giudice morto a Capaci fu leale collaboratore. Una fotografia che racconta la storia di un grandissimo amore. 

La memoria di Giovanni Falcone, rivive nelle parole di Angelo Corbo, in una intervista riportata oggi da La Repubblica. qui il video dell'intervista.
Angelo Corbo è uno degli agenti di scorta che viaggiavano sulla croma azzurra insieme ad altri due agenti sopravvissuti alla strage: Gaspare Cervello e Paolo Capuzza. 
La Croma azzurra seguiva la Croma bianca in cui viaggiava Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme all'agente Giuseppe Costanza. Anche Giuseppe Costanza sopravvive alla strage.
Nelle parole di Angelo Corbo è ancora oggi vivo ed evidente il dolore per non aver potuto far fronte all'attentato a Giovanni Falcone. Nelle sue parole si coglie una domanda inespressa, quando parla dell'apparato difensivo predisposto abitualmente a proteggere gli spostamenti di Giovanni Falcone a Palermo: tre auto blindate precedute e seguite da volanti della Polizia e, dall'alto, un elicottero a controllare il percorso. 
Il 23 maggio 1992, di quell'apparato erano rimaste sole le tre auto blindate ....Perchè?
Nelle parole di angelo Corbo vivo è il dolore per non aver potuto far fronte ad un attentato effettuato nelle modalità che nessuno poteva immaginare e che , Angelo Corbo lo ribadisce, certaemnte non poteva essere opera solo di mafiosi con la "terza elementare". Un attentato opera di "ingegneri". Chi era accanto ai mafiosi, chi erano, chi sono e a chi rispondevano, coloro che prepararono e allestirono l'attentanto ("da ingegneri") contro Falcone?
Angelo Corbo: "(...) sicuramente in un attentato normale, ad armi pari, probabilmente ci avremmo rimesso la pelle. Ma sicuramente con noi, al Creatore , qualcuno di loro sarebbe venuto...Quel giorno, a Capaci, non sono morte cinque persone, ne sono morte nove. E' difficile farlo capire ma è quello che si prova a rimanere vivi in una circostanza del genere".
Quello si prova quando si sopravvive ad uomini quali  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uomini per la cui vita tutti gli uomini e le donne delle scorte erano pronti a sacrificare la propria. 
Quello si prova quando si compie il proprio dovere "Per Amore" 

Per Loro chiediamo Verità e Giustizia
Nella fotografia, la Croma bianca su cui viaggiavano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Giuseppe Costanza, l'agente che avrebbe dovuto guidare l'auto di Falcone e che sopravvisse alla strage. A pochi metri la croma azzurra sulla quale viaggaivano gli altri tre agenti di scorta che rimarranno solo feriti dall'esplosione: Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Paolo Capuzza.
In questa immagine i resti della Croma marrone nella quale morirono, dilaniati dall'esplosione che li investì in pieno, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. 
Il nome in codice della scorta era "Quarto Savona Quindici"

sabato 20 maggio 2017

I Libri aiutano a rendere le persone più libere. Salone del Libro di Torino. 18-22 maggio 2015

"Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere."

Gustave Flaubert, Lettera a Mille de Chantepie, 1857 

"Chi non legge ha solo la sua vita..."
E tu quante vite ricordi di aver vissuto?



Umberto Eco: "Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare; di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti.(...)"
Leggendo, noi invece avremo visto Caino mentre si scagliava contro Abele; avremo attraversato l'Inferno, il Purgatorio e infine essere giunti in Paradiso al fianco di Dante; avremo trepidato mentre Don Chisciotte affrontava inebetito i grandi e immobili mulini a vento;  avremo  pianto e tremato per lo stesso freddo patito in un lager da donne, uomini e bambini con pochi nomi da ricordare; avremo amato anche noi Marcella quando esclama "Io sono la spada tolta di mezzo..."; abbiamo creduto nelle parole di Giovanni Falcone quando ci dice che "Gli uomini passano, le idee restano..."; abbiamo scoperto con Paolo Borsellino che la vita si vive e si dona "Per Amore"; abbiamo scoperto con Rita Atria che "l'unica speranza è non arrendersi mai...Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo"
Leggere è un piccolo compenso donato agli esseri umani per la mancanza di immortalità." Questo ci dicono Umberto Eco e altri mille, e mille, e mille altri ancora...