martedì 16 gennaio 2018

TURK: La grande occasione

Invitiamo a partecipare all'incontro pubblico che si terrà il prossimo venerdì 19 gennaio 2018: insieme alla e altre associazioni del forum sull'urbanistica ritorniamo a parlare del TURK: La grande occasione

Considerando la variazione del Piano Regolatore come momento irrinunciabile di riflessione, e consapevoli del ruolo strategico che l’area compresa tra il Rio Moirano e il Lemina riveste per il rilancio della città, le associazioni cittadine – riunite nel Forum Salviamo il Paesaggio di Pinerolo – si fanno promotrici di una pubblica presentazione dal titolo “Türck: la grande occasione (?)”, che si terrà il 19.01.2018 alle ore 21.00 presso il Salone dei Cavalieri, in via Giolitti 7 a Pinerolo.
l'area TURK
La serata ruoterà attorno al fabbricato già conosciuto come “Follone”, ma non si parlerà solo delle sue caratteristiche storico-architettoniche: sarà un’occasione per prefigurare possibili soluzioni progettuali per l’area, attraverso l’illustrazione di casi virtuosi – nazionali e internazionali – in cui il recupero del patrimonio industriale è stato il volano per la riqualificazione di intere porzioni di città. Soluzioni che, siamo convinti, devono essere incardinate sulle istanze storico-culturali e divenire motore per un rilancio economico del territorio, che abbia la sostenibilità come prospettiva irrinunciabile.
Sul fronte storico, interverranno la professoressa Patrizia Chierici e Marco Calliero. La sostenibilità sarà invece declinata attraverso tre distinte lenti, corrispondenti ad altrettanti interventi: quella del restauro con il prof. Emanuele Romeo, della progettazione con il prof. Agostino Magnaghi e dell’economia con l’arch. Luca Consiglio.
Una serata pensata per illustrare le potenzialità dell’area e dei suoi fabbricati, e stimolare il dibattito su un comparto di città indubbiamente cruciale per la Pinerolo di domani.
Per il presidio "Rita Atria" l'incontro costituisce uno dei "cento passi" che ci porteranno alla Giornata del prossimo 21 marzo 2018, XXIII Giornata della Memoria e dell'Impegno nel Ricordo delle Vittime innocenti delle mafie. Anche in questo caso si tratta di proseguire l'impegno affinchè rimangano vere e vive le parole di una di quelle Vittime innocenti, Peppino Impastato: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore “.

domenica 7 gennaio 2018

Piersanti Mattarella: “Aveva studiato per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle.Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente?"

In concomitanza col l'anniversario dell'uccisione, gli organi di stampa hanno battuto notizie relative alla riapertura delle indagini sul "delitto Mattarella", allora Presidente della Regione Sicilia. Oggi si parla, come fosse una novità, della pista neofascista. In realtà, il delitto Mattarella è uno di quei delitti eccellenti che, come altri, ha mostrato il nodo essenziale delle organizzazioni mafiose: il legame fra queste e "pezzi" delle istituzioni, quello Stato-mafia "che continua a nascondere" e di cui oggi torna a parlare Saverio Lodato (leggi qui)

Piersanti Mattarella, Presidente della Regione, è stato ucciso voleva cambiare la sua Sicilia, anzitutto smantellando i legami indicibili che legavano il suo stesso partito -la Democrazia Cristiana- a "cosa nostra". Un uomo scomodo quindi, e non solo per le organizzazioni criminali. 

L'assassinio di Piersanti Mattarella ha infatti rivelato una delle pagine più vergognose della storia italiana. Il processo che si sarebbe celebrato negli anni successivi contro Giulio Andreotti ha dimostrato come "il caso Mattarella" preoccupasse sia le mafia che la politica del tempo: fu proprio l’ex presidente del consiglio Giulio Andreotti a prendere parte a due incontri -al cospetto di un boss quale Stefano Bontade- nei quali si parlò della necessità di fermare-eliminare Piersanti Mattarella. La sentenza del processo acclara che sebbene Andreotti fosse “nettamente contrario” all’esecuzione del delitto, Giulio Andreotti “non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade (il boss Stefano Boutadendrdella scelta di sopprimere il presidente della Regione

Il ritratto morale di Piersanti Mattarella venne tracciato da Giuseppe Fava che, nell'articolo "I cento padroni di Palermo", così scriveva dell'uomo che sognava “una Sicilia con le carte in regola”: 

"(...) Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne PericleIndossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.(qui il testo dell'articolo)


sera del 5 gennaio 1980
La sera di sabato 5 gennaio 1980 il Telegiornale regionale siciliano aveva mandato in onda  l'ultima intervista rilasciata da Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia. Il tema dell'intervista era "Sicilia: nel buio degli anni ’80". L'intervista viene pubblicata in una sintesi dal «Giornale di Sicilia» proprio nell'edizione del 6 gennaio, il giorno in cui Mattarella sarà ucciso. Il titolo scelto era: “I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”: sono le parole che Piersanti Mattarella pronuncia in un passaggio della stessa intervista. Riportiamo la parte finale dell'intervista, quando il giornalista incalza Piersanti Mattarella sule azioni messe in atto per contrastare la mafia
Stralcio dell'intervista di Piersanti Mattarella: 
“I nodi sono molto grossi, le armi appaiono spuntate: spero di farcela, e presto”
(...) Domanda. Il ’79 è stato l’anno in cui della mafia, dopo un crescendo di violenza, si è parlato dentro il palazzo. È riconosciuto che il fenomeno si alimenta di un malessere sociale per rispondere al quale sono necessari fatti politici, non solo misure di polizia. Ma quali fatti politici in tal senso la Regione ha prodotto, quali potrà produrre?

Risposta di P. Mattarella. «Fatti politici ci sono stati. Cito soltanto i due dibattiti in Assemblea regionale conclusi con voto unanime. Molte indicazioni concrete per far fronte al fenomeno sono state accolte dai recenti provvedimenti del Consiglio dei ministri in materia di ordine pubblico». 

D. Siamo sempre sul piano delle misure di polizia. I fatti politici riguardano il risanamento del costume pubblico. Il cardinale Pappalardo nell’ultima lettera pastorale ha detto che la mafia è pure quella sensazione di sicurezza prodotta dall’esser «protetti da un amico o da un gruppo di amici che contano». Questi gruppi si insediano pure dentro la classe dirigente.


R. «Il richiamo del cardinale è appropriato. Il problema esiste perché nella società a diversi livelli, nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia. Pure è necessario risvegliare doveri individuali e comportamenti dei singoli che finiscono con il consentire il formarsi di un’area dove il fenomeno ha potuto, dico storicamente, allignare e prosperare».

6 gennaio 1980
La mattina del 6 gennaio 1980 mentre la famiglia Mazzarella stava recandosi alla messa, senza la scorta che Piersanti Mazzarella aveva sempre rifiutato nei giorni festivi, i killer di cosa nostra si avvicinano all'auto del presidente nella quale vi erano anche la maglie, le figlie e la suocera. Nella fotografia di Letizia Battaglia, l'immagine del corpo morente di Piersanti Mattarella sorretto dal fratello Sergio, attuale Presidente della Repubblica, accorso appena udito gli spari. 
Lo stesso Giovanni Falcone era convinto che ambienti eversivi di destra fossero implicati del delitto di Piersanti Mattarella. Per questo Falcone chiamò a giudizio Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati – e poi assolti – di essere gli autori materiali di un omicidio per il quale finora furono condannati solo i mandanti: i boss della Cupola di Cosa nostra Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. 






venerdì 5 gennaio 2018

Cosa nostra uccideva i siciliani coraggiosi anche d'inverno: Giuseppe Fava, detto Pippo, come Piersanti Mattarella

L'assassinio di Piersanti Mattarella venne compiuto il 6 gennaio del 1980, mentre la famiglia Mattarella si stava recando ad assistere alla  messa festiva. 
La sera del 5 gennaio 1984  Giuseppe Fava -detto Pippo-veniva massacrato a Catania da due killer del clan della famiglia Santapaola .
Così si può leggere su Wikipedia alla voce che lo riguarda: "Pippo Fava è stato è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore (...) direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, giornale "antimafia" in Sicilia(...) il secondo intellettuale a essere ucciso da cosa nostra  dopo  Peppino Impastato (9 maggio 1978)."
Cosa voglia dire essere intellettuale in Sicilia, come Peppino Impastato, cosa significava dirigere un giornale antimafia ( non l'antimafia "da palcoscenico" -quella di coloro che indossano la maschera dell'impegno sulle ribalte della politica e della cosiddetta società civile-   nè quella dei "professionisti dell'antimafia"-quella delle carriere politiche o professionali costruite sul tema-mafie) lo si comprende quando si pensa che Giuseppe Fava fu fra i primi a parlare del “terzo livello del potere mafioso”: l'intreccio perverso, le relazioni indicibili, che le mafie riescono a intessere nelle varie componenti delle comunità, l'utilizzo degradato del "potere politico" e il conseguente intreccio tra politica, mafia e Stato. 
Intervistato da Enzo Biagi il 28 dicembre 1983,  fra le altre cose, Fava pronunciò parole "eretiche": «(...) Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante (...) ». 


In quella intervista, da intellettuale Fava  sottolineò l'importanza della memoria, della conoscenza,  ricordando gli eroi dimenticati  della lotta secolare che i siciliani, a loro modo, combattono contro la mafia. "Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi(...)". Ricordò uno di quegli eroi dimeticati, Placido Rizzotto :"un sindacalista "pazzo", pazzo alla maniera nobile del termine, (...) che si illudeva di poter redimere i poveri di Corleone e come un pazzo andava all'occupazione delle terre(...), un pazzo che gettava il seme della rivolta in una terra, in un territorio, tradizionalmente dominato dalla mafia", "Fava ricordò come "(...) tutti gli uomini che sono caduti negli ultimi tre o quattro anni sono tutti siciliani, gli eroi della lotta contro la mafia sono tutti siciliani, con l'esclusione di Carlo Alberto Dalla Chiesa il quale, tutto sommato, era anche lui un "siciliano" perchè era stato a comandare i carabinieri di Palermo per tanto tempo(...)".
Giuseppe Fava conduceva la sua battaglia culturale contro la mafia, cosa nostra da intellettuale, da giornalista.  Nel suo ultimo intervento nelle vesti di direttore de Il Giornale del Sud, Egli descrive precisamente quali sono le fondamenta, le radici, su cui deve poggiare a suo parere un "giornale". Il titolo di quell'articolo era: "Lo spirito di un Giornale". Il giorno dopo la pubblicazione di quell'articolo Fava sarebbe stato licenziato. All'inizio del 1983, insieme ad altri, Fava fonderà  a Catania il giornale "I Siciliani", un foglio che si contraddistinguerà per l'analisi e il contrasto culturale al fenomeno mafioso.
Riportiamo uno stralcio de "Lo spirito di un Giornale"

"(...) Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero.
Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento! Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà!

Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria. E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, nè la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!”

domenica 31 dicembre 2017

L'AUGURIO del presidio LIBERA "Rita Atria" per il Nuovo Anno 2018 è ancora lo stesso: più GIUSTIZIA, più DIGNITA', più LIBERTA'

 L'AUGURIO del presidio LIBERA "Rita Atria" per il NUOVO ANNO 2018 
è lo stesso dello scorso anno:
avere il Coraggio di provare a costruire il Cambiamento possibile 
e non più rinviabile:
 più GIUSTIZIA, più DIGNITA', più LIBERTA'



Dal momento che l'anno 2017 è passato senza che le condizioni sociali, economiche, etiche e culturali del nostro Paese siano sostanzialmente mutate, mentre nel resto del Mondo i drammi causate da povertà, guerre e diseguaglianze, paiono addirittura acuirsi, ripetiamo quanto avevamo detto lo scorso anno:
"A coloro che sentono la “responsabilità etica” di vivere nella comunità l'invito e l'auspicio per l'Anno 2018 che ci apprestiamo a vivere: l'invito ad incontrarsi per dare vita ad un “cammino” (fatto di conoscenza, analisi, riflessioni) necessario ad elaborare azioni e misure concrete e encessarie a migliorare anzitutto le condizioni di vita di coloro che sono più in difficoltà. 
Per il nostro Paese permane l'obbligo etico e morale di attuare un contrasto reale ed efficace al dramma delle povertà e delle diseguaglianze, l'eliminazione dei privilegi delle classi dominanti, la lotta alla corruzione e alle mafie, la messa in atto di politiche tese a creare opportunità di lavoro onesto.
Per quanto ci riguarda, crediamo che sia ancora e sempre necessario "essere voce e dare voce a coloro che voce non hanno" per affermare la necessità di un cambiamento, possibile e non più rinviabile.
Un cambiamente "non nasce se non è sognato", "un sogno sognato" anche da una ragazzina siciliana che si chiama RITA ATRIA."

"(...) Forse un mondo onesto non esisterà mai... 
ma chi ci impedisce di sognare...
forse se ognuno di noi proverà a cambiare...
forse ce la faremo".

mercoledì 27 dicembre 2017

Non tutti "I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale"

Nel giorno di  Natale viene pubblicato da HUFFPOST un articolo-intervista a Massimo Cacciari. Il titolo scelto per presentare la riflessione del filosofo è eloquente, apparentemente provocatorio: "I cristiani sono i primi ad aver dimenticato il Natale":"(...)Il Natale degli alberi in pivvuccì, degli acquisti online e i centri commerciali aperti tutto il giorno; il Natale della neve luccicante incollata sulle vetrine, delle barbe bianche, delle renne e delle slitte... Basta sapere che la nascita di Cristo non ha niente a che vedere con quello che vediamo intorno a noi. Il Natale è diventato un festa per bambini e adulti un po' scemi. Non c'è da levare alti lai contro il consumismo. C'è solo da riflettere, meditando con sobrietà e disincanto (...)".
Viviamo il tempo dell'aumento delle diseguaglianza e dell'esclusione -se non della soppressione- di coloro che non sono utili  e funzionali al "sistema", e pare "impossibile" opporsi a questo spirito del tempo che sembra poter sconfiggere ogni resistenza al suo imperativo. 
Massimo Cacciari invoca per la nostra società la necessita laica di ritrovare e riscoprire la necessità del confronto con l'impossibille, rappresentato dalla figura di Cristo): "(...) Perché è necessario avere come misura qualcosa che ci oltrepassa per riuscire a spingerci altrove. Cristo non predicava nei templi: predicava fuori, nelle strade. I suoi discepoli dicevano: "È fuori". Nel senso: "È fuori di testa, è pazzo". Eppure, Gesù ha segnato un prima e un dopo nella storia dell'uomo, ha creato il mondo culturale e antropologico in cui viviamo. C'è qualcosa di più realistico di questo? Senza quell'impossibilità niente ci spingerebbe a uscire da noi, a ri-orientare diversamente le nostre vite.
Perché dovremmo farlo? Per liberare il nostro tempo dalle sue miserie. Più la nostra epoca cirinserradentro di essa, più servono grandi idee, pensieri limite, parole ultime. Sono le uniche cose che ci possono sradicare dal tempo in cui viviamo.
Qui l'articolo-intervista a Massimo Cacciari) 
Alla riflessione di Cacciari vogliamo accostre l'articolo di Maurizio Pagliassotti, pubblicato su IL Manifesto, perchè, trattando del dramma delle  migrazioni di coloro che cercano di sfuggire a guerre, fame e povertà, l'articolo di Pagliassotti mostra una flebile luce di speranza nel comportamento eretico, "impossibile", di una comunità che decide di porsi "fuori dalle regole", misurandosi con l'impossibile più prossimo,  per rispondere ad un principio di giustizia e di umanità superiore. " La popolazione locale ha fatto intendere chiaramente a istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di accoglienza". 
Per chi è disposto a correre il rischio di morire assiderato, per chi è disposto a correre il rischio di incontrare dei lupi tra le foreste di larici e abeti, per chi è disposto a essere intercettato e respinto dalla gendarmeria francese che pattuglia le montagne, per tutti costoro una piccola casetta colorata di Briançon è il punto d’arrivo. 

La salvezza è una piccola casetta colorata a Briançon. 

di Maurizio Pagliassotti . 

Fonte "Il Manifesto" 27.12.29017

Migranti. Nella struttura dieci volontari danno ospitalità a 30 persone in arrivo dall’Africa. La popolazione locale ha fatto intendere chiaramente a istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di accoglienza
LA VOCE È CORSA fino a Ventimiglia, qualche mese fa: incastonata tra in mezzo alle Alpi francesi, a cento chilometri da Torino a circa dieci dal confine italo francese, esiste una enclave di umanità, rifugio per tutti coloro che stanno percorrendo la loro odissea che li porterà da un amico o un parente.
Il compito della gendarmeria è molto semplice: intercettare tutti coloro che tentano di arrivare in questa casetta a due piani, di proprietà comunale, che dista pochi metri dalla bella stazione ferroviaria. La gendarmeria li trova al confine del Monginevro, sul colle della Scala, lungo la linea fortificata del 1941 che corre sotto il monte Chaberton, ovunque. Una «caccia» resa ancora più semplice dal gelo e dalla neve, caduta in abbondanza per la gioia degli sciatori e la disperazione di chi tenta di passare dall’Italia alla Francia in ciabatte o poco più. Semplice perché l’ingresso nel paese da ovest, dall’Italia, ha una sola via e quindi basta mettersi al termine dell’imbuto per acciuffare tutti i sans papiers che arrivano. Oppure, ancora più semplice, la police potrebbe venire dentro l’enclave per fermare tutti, e fare piazza pulita, basterebbero dieci uomini e mezz’ora di tempo.
MA I GENDARMI non si presentano, preferiscono rimanere lungo le strade che dal confine portano a Briançon. Perché in questa bella cittadina turistica, circondata dai passi più sacri del Tour de France- Galibier, Izoard, Iséran la popolazione ha fatto intendere chiaramente alle istituzioni, sindaco e gendarmeria in testa, che loro vogliono essere una piccola isola di umanità in un tempestoso oceano di inutile rancore. Ed è molto meglio per tutti se la police rimane dov’è. Così, da questa estate la Municipalità ha messo a disposizione di alcuni volontari una struttura che accoglie quelli che ce la fanno, dà loro un letto, un pasto, assistenza medica, e qualche consiglio su come continuare l’avventura.
LA STRUTTURA è molto discreta perché si trova nella parte bassa del paese, lontano dal delizioso centro medioevale e dalle piste di sci. Operano una decina di bénévoles, volontari di Briançon, che danno ospitalità a circa trenta tra uomini, donne e bambini in arrivo dall’Africa. Ogni giorno dall’Italia giungono tre o quattro ragazzi. Le condizioni climatiche estreme delle ultime settimane hanno disincentivato il flusso, perché il rischio di morire assiderati è alto. Spesso un’organizzazione italo francese riesce a intercettare prima i migranti, a salvare loro la vita – non senza fatica perché la meta sembra a un passo e molti hanno sviluppato una propensione al rischio fuori scala, anche di morte per congelamento, che li rende ciechi di fronte al reale pericolo della montagna – e a portarli nell’enclave di Briançon.
LORO, I MIGRANTI, in qualche modo passano e si materializzano sulla porta d’ingresso, spesso vestiti che dovrebbero essere piumini, ma sono solo plastica trasparente, ai piedi scarpette da tennis. La loro salvezza ha una porta d’accesso piccola che dà su una calda cucina, dove dentro enormi marmitte bolle sempre qualcosa.
La mattina del 25 dicembre non prevede particolari celebrazioni: in una pentola si gettano interiora di vitello, funghi, cipolle, e altra roba: è il piatto forte con cui si onora il gran varietà religioso, tra musica e serenità.Cucinano un ragazzo della Guinea, Lucky – la cui vita è una storia che fa accapponare la pelle, fatta di schiavismo, brutalità e razzismo, «ma se non fosse stato per il mio nome sarei già morto mille volte, o farei lo schiavo» – e una signora francese che indossa una tuta da sci viola, verde, blu, gialla. Nell’ufficio della responsabile di questo punto di paradiso, una donna austera e gentile con lunghi capelli grigi raccolti in un ordinato chignon, organizza la parte conclusiva dell’Odissea per ognuno di loro. Da questo luogo ghiacciato sulle Alpi francesi mancano esattamente otto chilometri alla libertà.
LA NORMATIVA transalpina prevede che i sans papiers possano essere rispediti in Italia se intercettati entro venti chilometri dal confine: qui a Briançon ci troviamo a dodici dal confine di Claviere, alta val Susa. Ma le caratteristiche delle enclaves è che sono circondate: e questa non fa eccezione. Se l’accordo tra popolazione, volontari e istituzioni prevede che tra queste stanze viga l’umanità, appena al di là ci si trova nuovamente in terra di nessuno. E così gli ultimi otto chilometri, ma in realtà sono ben di più perché si ha notizia di respingimenti avvenuti a Grenoble, sono disseminati di controlli lungo le statali che corrono verso Lione e Gap.
Il problema è evidente: evitare in ogni modo che la police li intercetti e li rispedisca al confine italiano, da cui potrebbero essere rispediti nuovamente a Foggia: il tutto in tre giorni.
UN RAGAZZO GHANESE basso e tozzo risponde alla fatidica domanda: «E tu dove vuoi andare?» puntando il dito in un lontano punto su una mappa della Francia, scandisce il nome della sua terra promessa: Nior.
Lui dice che solo quando sarà là «da un mio amico che mi aspetta», inizierà l’iter burocratico che lo porterà fuori da questo limbo. Gli mancano solo mille chilometri, ma dopo il deserto libico, gli schiavisti, le frustate, la fame, la sete, il carcere, il gommone in mezzo al mare, il centro di raccolta di Foggia, tutta l’italia attraversata con il terrore di essere intercettato, le Alpi attraversate a piedi in un mare di neve, ecco dopo tutto questo i restanti mille chilometri gli sembrano poca cosa, la parte conclusiva, e nemmeno troppo pericolosa, di un lungo cammino che coprirà «chaque coût», ad ogni costo.

domenica 24 dicembre 2017

L'AUGURIO è SEMPRE LO STESSO

"Natale è riconoscerci nella nostra dignità. Impegnarci tutti per il bene comune. Aprire porte, menti, cuori. Dare Speranza a chi non ce l'ha". 
                                                                                                          Luigi Ciotti
Ancora più grave appare quindi quanto si è verificato ieri nell'aula del senato chiamato a discutere sulla legge dello "IUS SOLI". La mancanza del numero legale, determinata dall'assenza della maggioranza dei senatori ha impedito che i lavori potessero avere luogo.  Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele, esprime sconcerto e tristezza per quanto avvenuto:"Quella che si è verificata in Senato è un'inqualificabile diserzione dalla responsabilità. La politica non può essere un gioco di potere sulle speranze delle persone, un'umiliazione dei loro diritti e delle loro aspirazioni". 
Qui l'articolo di La Repubblica su quanto avvenuto in Senato



CHE CI CREDIATE O NO AL NATALE,  IL NOSTRO AUGURIO 
E' SEMPRE LO STESSO:
"L’augurio è di godere di buona salute,
di coltivare amichevoli rapporti,
di saper resistere con mitezza alle contrarietà,
di ricevere nelle difficoltà qualche 
incoraggiante consolazione ,
di continuare a trovare ragioni promettenti 
per vivere con onestà e decoro".


Auguri a Voi e alle vostre famiglie!

venerdì 22 dicembre 2017

MARIELLA AMICO. Ciao!

Ieri pomeriggio, a seguito di una complicanza incorsa durante un esame cardiologico a cui si stava sottoponendo nell'ospedale d Cuneo,  è improvvisamente mancata Mariella Amico, donna intelligente e appassionata, ex preside del Liceo Porporato, figura di spicco del circolo pinerolese del PD.
Mariella Amico nella fotografia che riporta "L'Eco del Chisone"

Io la conobbi così.
La mattina del 23 marzo 2013, durante la lettura dei nomi delle Vittime Innocenti delle mafie che si stava svolgendo in Piazza Facta, una bella signora mi si avvicina presentandosi, dicendosi interessata all'attività del nostro presidio e chiedendomi, se ancora fosse stato possibile, di unirsi a coloro che stavano completando la lettura dei nomi delle Vittime Innocenti: la bella signora era Mariella Amico
In realtà conoscevo Mariella Amico "di fama" e nelle vesti di preside del Liceo Porporato di Pinerolo, ruolo che aveva ricoperto sino a poco tempo prima. In molti la conoscevano anche come figura di spicco e animatrice intellettuale del circolo pinerolese del PD.
Da quel nostro primo incontro, anche io ho  apprezzato in Mariella Amico l'impegno civile ed una passione politica che voleva comunque porsi al servizio della comunità, nella città che l'aveva accolta, Pinerolo, e per qualche tempo Mariella Amico seguì quindi anche le vicende del presidio LIBERA "Rita Atria". Anche con noi Mariella Amico si mostrò donna appassionata, intelligente, volitiva: una donna donna siciliana amante delle sue radici, la famiglia, la terra,  gli affetti, forse anche lei con quel "tarlo" che rode l'animo di coloro che fanno parte della "diaspora" delle genti del Sud: il Sud nell'anima, "il tarlo" di coloro che amano quelle terre "bellissime e disgraziate", terre lontane ma sempre presenti nell'animo (soprattutto) di chi se ne è dovuto allontanare. 
A questo proposito, riportiamo una fotografia che ritrae Mariella Amico, a sinistra nella fotografia, mentre interloquisce con gli studenti del Liceo Scientifco "M. Curie" durante uno degli incontri che tenemmo quell'anno, il 2013, sul tema delle "regole", della Costituzione Italiana, chiamando ad intervenire in quell'occasione, in qualità di "esperti della materia", il giudice Ciro Santoriello ( al centro nella fotografia) ed il senatore Elvio Fassone. 
Ci incontravamo poi nei luoghi di Pinerolo, mettendoci reciprocamente al corrente delle piccole vicissitudini  delle nostre famiglie, delle grandi contraddizioni della nostra terra, la sua Sicilia e la mia Calabria,  finendo poi sempre col riflettere e confrontarsi sui giorni e le vicende che vivevamo nella nostra comunità pinerolese, pure esprimendo posizioni e giudizi differenti su alcuni temi. 
Del nostro ultimo incontro mi rimane il suo pensiero per la madre e l'invito -etico, civile- a "parlarsi"
Un invito che Mariella Amico avrebbe forse voluto rivolgere alle tante persone che aveva incontrato nel corso delle sue esperienze di vita, di impegno, e che ora -preoccupata- vedeva a volte divise e separate in "fazioni" (che non vogliono nemmeno più incontrarsi!), "fazioni" che si sentono addirittura  "nemiche" non avvertendo più, lo ripetè, l'esigenza e l'importanza di "confrontarsi e parlarsi".
In tanti, rimane ora la memoria di Lei e il desiderio di salutarla ancora, per l'ultima volta.
Sincere condoglianze alla sua famiglia, ai suoi cari anche da parte del presidio LIBERA "Rita Atria" - Pinerolo.
A. Francesco Incurato 


a sinistra, mariella Amico interloquisce con gli studenti del Liceo Scientifico "M. Curie
Ciao Mariella! Sei tornata troppo presto a scaldarti al sole della nostra terra "bellissima e disgraziata": quel Sud "nell'anima" , la tua Sicilia e la mia Calabria, al quale sempre si arrivava, quando ci incontravamo, alla fine degli altri temi che ci appassionavano. 
Ciao Mariella!
Francesco